La Concordia senza onore
Come si fa a piangere il disonore dopo aver esiliato la gerarchia?
Tacciano le malelingue: l’onore è salvo. Non quello della nave Concordia, nata sotto una stella cattiva e ora sepolta dalla suprema indifferenza delle onde. Nemmeno quello del comandante Schettino, disintegrato dal collasso dei suoi nervi scoraggiati. Ma il panico è l’ombra di ogni mortale. Guarda le puntate di Qui Radio Londra L'onore, una questione dimenticata e Che cosa è veramente successo sulla Concordia? - Leggi Perché Schiettino non è in carcere (ed è giusto così) dal blog Cerazade - Leggi La banalità del mare di Carlo Panella - Leggi il Riempitivo di Pietrangelo Buttafuoco - Leggi Le crociere assurde, l’eroismo, l’incuranza, la responsabilità di Giuliano Ferrara Segui la diretta dalla Camera
7 AGO 20

Tacciano le malelingue: l’onore è salvo. Non quello della nave Concordia, nata sotto una stella cattiva e ora sepolta dalla suprema indifferenza delle onde. Nemmeno quello del comandante Schettino, disintegrato dal collasso dei suoi nervi scoraggiati. Ma il panico è l’ombra di ogni mortale: lo spia di continuo, si acquatta nei recessi della sua personalità, si nasconde nel sottofondo irrazionale e si alimenta di un serbatoio immateriale chiamato Io – di qui il terrore di perdere la vita, le fortune, il denaro e infine, solo infine, la faccia – e al momento opportuno dilaga. E’ una delle ragioni per le quali ogni comandante deve disporre di ufficiali al fianco, che sono i guardiani della soglia oltre la quale il capo non deve scendere, pena la degradazione sul posto.
Questo è accaduto sopra la balena di ferraglia spiaggiata fra gli scogli del Giglio: un capo che ritorna uomo, esce dalla propria funzione astratta, poi si fa bestia smarrita e fuggente. Ma al suo posto, come di dovere, è immediatamente subentrata la legge della sostituzione vicaria – è uno sbaglio parlare di ammutinamento – e, tra la capitaneria di porto e la catena di comando della Concordia, si è innescata una geometria protocollare che ha consentito di uscire dall’emergenza senza danni ulteriori. E’ così che i marinai hanno potuto evitare altri innumerevoli sacrifici umani a Nettuno. E salvare l’onore.
Si potrebbe ancora indugiare comodamente nella descrizione prototipica dell’arcitaliano Schettino, anzi qualcuno l’ha già fatto, azzardando perfino la reductio ad Berlusconim: Schettino come l’epifenomeno antropologico, codardo e festaiolo e disonorato, di un’epoca che s’immaginava sigillata.
Si potrebbe ancora indugiare comodamente nella descrizione prototipica dell’arcitaliano Schettino, anzi qualcuno l’ha già fatto, azzardando perfino la reductio ad Berlusconim: Schettino come l’epifenomeno antropologico, codardo e festaiolo e disonorato, di un’epoca che s’immaginava sigillata.
Ma quanto coraggio e quanto animo ci vogliono per cavarsela così? Quanta audacia occorre, a certe lingue malvissute, per incanaglire su un capitano indegno senza riconoscere che, se l’onore latita al dettaglio, è anche perché qualcuno ha scelto di esiliarlo all’ingrosso? Chi oggi piange la morte dell’onore è spesso la stessa persona che per decenni ha monumentalizzato la diserzione e belato compiaciuta intorno alla beatitudine di un paese che non ha bisogno di eroi. L’onore è un concetto impegnativo, nell’antichità lo si venerava come un dio (Honos) offrendogli sacrifici sugli altari fumiganti. Sopra gli stemmi delle legioni e dei manipoli c’era scritto “Vis et Honos”, Forza e Onore, coppia inscindibile da cui promanano virtù e disciplina. L’arte del duello, oggi negletta, non era che la pallida discendenza di questa coppia travestitasi per attraversare il medioevo e l’età moderna. La società contemporanea ha scelto un’altra pedagogia: un’educazione di massa anti marziale e anti gerarchica, tale da far rilucere semmai l’atto di immolazione individuale, il sacrificio estremo e occasionale dell’individuo, l’eccezione che conferma la regola del congedo dalla responsabilità impersonale, che è il vero disonore di un popolo.
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